Paolo Castagno

Partendo da una interessante ipotesi del teologo G. B. Lusso, indiscusso storico cittadino, cerco ora di approfondire il discorso sulla nascita del villaggio di Carignano, abitato destinato a grande fortuna tra l’XI e il XII secolo, tanto da finire nelle mire di grandi potentati, fossero essi monasteri, abbazie, signori laici o liberi comuni.

Assodato che il territorio carignanese fu romanizzato solo parzialmente, come attestato dagli scavi archeologici compiuti da Giacomo Rodolfo tra la fine del XIX e l’inizio del XX sec. (ritrovò tratti di selciato nella regione Sabbioni, tombe a cappuccina e a incenerazione oltre a un pozzo in Regione Valdoch), la tarda antichità vide la trasformazione di insediamenti agricoli posti sulle strade principali (Hasta-Monginevro; Pollentia-Augusta Taurinorum; Augusta Taurinorum-Forum Vibii) in vere e proprie curtes con villaggio centrale (costituito da capanne, orti e stalle), circondato da campi coltivati e in un secondo cerchio da pascoli e boschi soggetti ad uso comune, secondo lo schema ben delineato dallo storico Giusepe Sergi. Possiamo individuare queste curtes in quelle che saranno poi le borgate storiche cittadine, Castel Brilland (poi Brillante), Castelreynero (oggi in territorio pancalierese), Gorra, Chà (poi La Cà), Cerretum (oggi Ceretto), San Remigio (dove sorgerà la prima pieve con prerogative di “cura delle anime”), San Vito e San Martino. A volte le curtes raggruppavano più villaggi viciniori. Queste curtes erano a loro volta suddivise in: 1) terre gestite direttamente dal padrone che, di persona o attraverso suoi agenti, sovrintendeva alla coltivazione eseguita da manodopera servile, e a volte, poco di frequente, da qualche salariato: era il cosiddetto dominicum; 2) terre divise in quote (o mansi) affidate a famiglie di coloni che con i loro attrezzi e i loro animali provvedevano alla coltivazione: il termine massaricium distingue queste terre dal dominicum. Pochissimi erano gli allodi cioè terre di proprietà.

I coloni del massaricium pagavano l’affitto con quote di prodotto o con denaro – di frequente con entrambi, fornendo alcune giornate di lavoro sul dominicum (corvées). Queste giornate di lavoro non sono paragonabili a quelle imposte per la manutenzione di un castello, una casaforte o una strada, ma corrispondevano invece a una forma di pagamento d’affitto dei contadini che avevano un legame economico col padrone delle terre.

L’elemento che caratterizza il “sistema curtense” e’ proprio questo: il dominicum si può permettersi di impiegare una scarsa forza lavoro propria perchè la può integrare con le prestazioni provenienti dai coloni del massaricium.

Sergi, Giuseppe (1993) Villaggi e curtes come basi economico-territoriali per lo sviluppo del banno. In: Curtis e signoria rurale: interferenze fra due strutture medievali. Antologia di storia medievale. I florilegi . Scriptorium, Torino, pp. 7-24.
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Progressivamente, nell’età carolingia si fa strada un termine che avrà grande fortuna e che sostituirà quello, ormai desueto, di dominicum: il “signore di banno“. Questo termine progressivamente ha scalzato quello di “feudatario”, almeno prima dell’XI secolo. Per “bannalità” si intende il “complesso dei diritti sugli abitanti di un territorio esercitati dal signore del luogo” (G. Sergi). Nelle lingue germaniche antiche, ban indicava sia il diritto di convocazione sia quello di punizione esercitati dai capi clan e delle tribu’. Tra i Franchi, attraverso poi la forma latinizzata “bannus“, il termine indica non solo il diritto di convocare e punire, ma anche di impartire ordini e imporre divieti. Il bannus era prerogativa regia e delegabile dal re dei Franchi ai suoi ufficiali. Dal X secolo in poi, il “potere bannale” era quello esercitato dalle forze locali. Nel XIII e XIV sec. il banno era prerogativa del signore locale: si parla perciò, nei documenti, di “tribunali bannali”, di “bannalità” ossia di diritti da riscuotere per l’utilizzo di un mulino o l’attraversamento di un ponte, di “divieti bannali” quando si impediva al contadino di far legna in un determinato bosco o di pescare in una certa “piscaria“.

Il teologo Lusso pressuponeva che, con l’arrivo delle scorrerie barbariche saracene e ungare che sconvolsero il Piemonte, la maggior parte di queste curtes sia stata progressivamente parzialmente abbandonata. Gli stessi “signori di banno” avrebbero fondato una nuova entità abitativa, non più in aperta campagna, ma sull’unico rilievo collinare della zona. Fondarono così un villaggio chiamato dalle fonti più antiche “Cargnanum” (l’etimo è incerto, di sicuro non deriva dall’età romana come qualche storico antico ha cercato di propugnare o qualche politico attuale ha tentato di riportare a galla di recente in totem al museo civico oppure in pubblicazioni sulle risorse agricole e agroalimentari cittadine).

Se diamo invece credito alle nuove teorie storiche sulle curtes, è invece assai probabile che al centro dei villaggi primitivi, esiti della dissoluzione delle unità produttive di età romana tardoimperiale, si sia costituita un “caput curtis“, ossia un centro direzionale su quello che per definizione è “l’isolato di San Giovanni“, con una palizzata attorno, una torre anch’essa in legno – e che sarà poi sostituita dal “castrum” precedente a quello citato nel famoso documento di Federico I il Barbarossa, una chiesa dedicata a San Giovanni Battista, che poco alla volta avrebbe eroso il potere della chiesa San Remigio, ormai troppo lontana. E’ il cosiddetto “borgo vecchio“, che non ha nulla da spartire – a livello topografico, con il quartiere che dall’Ottocento in poi ha assunto tale denominazione. In tale “caput curtis” si sarebbe installato un “signore di banno”, che grazie al proprio prestigio, a una ricchezza che proveniva forse da saccheggi oppure da privilegi di antica data (è possibile che qualcuna delle famiglie latifondiste romane sia sopravvissuta nella Tarda Antichità), e soprattutto alla possibilità di avere una “militia“, protegge i villaggi ma in cambio esercita il potere in tutte le sue forme. Il “signore di banno” – stando ai pochi documenti a noi noti – non riduceva tutti i contadini alla gleba (ciè non li legava tutti alla terra, perchè abbiamo visto che esistevano anche possessori di terre e affittuari). Non a tutti poteva richiedere le medesime prestazioni. In pratica, la rete di villaggi che faceva riferimento al “caput curtis” non era del tutto militarizzato. A volte il “signore di banno” era dapprima un “custos castri“, cioè il guardiano della casaforte.

Sergi, Giuseppe (1993) Villaggi e curtes come basi economico-territoriali per lo sviluppo del banno. In: Curtis e signoria rurale: interferenze fra due strutture medievali. Antologia di storia medievale. I florilegi . Scriptorium, Torino, pp. 7-24.

Tra IX e XI secolo, proprio quando compaiono le prime attestazioni scritte di “Cargnanum”, le forze di potere imitano le caratteristiche del “conti” del sistema carolingio: proteggono i contadini per giungere a un loro completo controllo, indirizzano verso la casaforte i balzelli e i servizi di solito dovuti al potere pubblico (come ad esempio la riparazione delle strade e delle fortificazioni, la pulizia dei fossi), ma soprattutto cercano di rendere ereditario il loro potere. I poteri pubblici, poco alla volta entrano a far parte del patrimonio familiare. I “signori di banno” iniziano a parcellizzare il patrimonio, attraverso la distribuzione ai diversi rami della famiglia. Non sappiamo nulla sui primi “signori di banno” carignanesi: non conosciamo i loro nomi, non sappiamo a quali famiglie appartenessero. Siamo maggiormente informati, due secoli dopo, su quale fu il percorso seguito dalla famiglia dei Provana, probabilmente proveniente dalla Val di Susa e installatasi nel “borgo vecchio” dove è già citata in un documento del 1245, e che è protagonista di una ascesa politica ed economica interessantissima. Poichè le prime attestazioni della famiglia in Val di Susa sono del 1040, è possibile che ci sia stato un insediamento precoce anche in Cargnanum. Il ramo antico dei Provana di Carignano, a metà del XIII secolo, arriva a controllare la maggior parte degli insediamenti già curtis (La Cà, Brillante, Castelreynero, La Gorra), dove riedifica le antiche caseforti, abitate stabilmente da vari rami della famiglia. il ramo antico ha ancora aspirazioni militari e politiche, tanto che parecchi personaggi della famiglia sono qualificati coi titoli di “dominus” (signore) e di “miles” (cavaliere). L’antenato supposto dei Provana di Carignano sarebbe stato tal Uriasio, morto nel 1040 e sepolto in Susa. E’ possibile, quindi, che i Provana di Carignano siano subentrati ai “custodi del castello” originari nel controllo della “caput curtis“.

Lastra tombale di Giacotto Provana, morto nel 1382, dominus di Castelreynero; Galleria Sabauda di Torino, ma proveniente dalla Chiesa S. Chiara di Carignano. Nell’opera compare lo stemma originario del “ramo antico” della famiglia.

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LE ORIGINI DI CARIGNANO, tra Tarda Antichità e Alto Medioevo.

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